Si fa presto a dire sette...

Sono famosi i sette colli ed i sette re di Roma.
I sette peccati capitali e le sette virtù (teologali e cardinali).
Le sette meraviglie del mondo ed i sette nani... ma si fa presto a dire sette nani!! Lo sapevate che prima erano moooolti più di sette? Ecco, immaginatevi una specie di carica dei centouno di minatori bassi col cappuccio... Rendo l'idea?
Purtroppo è dura la vita dei nani, la selezione naturale è spietata.
E pare che solo io mi ricordi di quando insieme a Mammolo, Gongolo, Brontolo, Eolo, Pisolo, c'erano grandi personaggi come RANTOLO, l'ottavo nano. inutile dire che è morto dopo angosciosa agonia.
E c'era anche un nono nano, lavorava sulle piste di Formula Uno. Povero CORDOLO, è morto arrotato da una monoposto.
Sì, il mondo dei nani è pieno di storie tristi. Che dire di EMBOLO, nano subacqueo? Vi risparmierò i dettagli della sua triste dipartita.
Ma non tutti sono morti, c'è chi se ne è andato, come quel nano che si faceva sempre tutti quei complessi... SCRUPOLO... quando ha lasciato il gruppo erano tutti sinceramente dispiaciuti. Cioè, tutti tranne quell'ipocrita di SUBDOLO. Un nano è andato perfino a cercarlo ma si è perso; ormai è tanto che non si hanno più notizie di lui, buon vecchio BRANCOLO.
Un altro l'hanno cacciato invece, perchè era molto scurrile... Sì, sto parlando di MOCCOLO. Era volgare, è vero, ma almeno era bello, mica come BRUFOLO... :)
Storie di ordinaria follia
Domenica sera. Sono invitato a cena da una cara amica che non vedo da tempo e che mi vuole mostrare la nuova casa dove si è trasferita già da un anno.
Appuntamento alle 20.30 da lei, aspetto il bus delle 20.10. Per sicurezza sono alla fermata alle 20 in punto. Pasticcini in mano, attendo pazientemente il bus, che però non arriva.
Alle 20.40 vedo finalmente la familiare sagoma arancione avanzare verso di me. Sono ormai pronto a sfogare la mia ira avventandomi con i denti sulla giugulare dell’autista: salgo dunque e con fare deciso e caparbio vado da lui; giunto al suo cospetto, con voce alterata gli dico:
Io: -Senta, ma che è successo? C’è qualche incidente o deviazione da Coverciano a qui? Perché sono quasi 40 minuti che aspetto!!
Autista: Mi scusi solo un momento, che mò aggia rispondere a chillu strunz’ ‘lloc’, ‘o ‘bbì? 1 (indicando un magrebino che grida qualcosa davanti alla porta d’uscita chiusa)
Autista (apostrofando il magrebino):Oi nì,, ma se po’ sapè ca bbuò ‘a me? 2
Magrebino: -Devo scendere, apri!
A: -E a me che me ne fotte? 3
M: -Ma io ho pigiato il bottone prima!
A: -E prima nun ce stava ‘a fermata! 4
M: -Ma ora siamo alla fermata, apri!
A: -Nè, omm’e sfaccimm’, ma che te crir', ca stai parlann’ c’a troi’e mammeta?Ma vafancul’! 5
M: -Ho detto, apri! Devo scendere!
A- (aprendo finalmente la porta): Scinn’, scinn’, ca se me faj venì ‘lloc’ te facc’ turnà a cavic’ rint’ a chella chiavica ‘e paes’e’mmerd’ arò sì venut’! 6
Il magrebino scende, l’autista chiude la porta, rimette in moto il bus e giratosi verso di me:
-Ma vir’ nu’ poc’ a ‘stu talebban’e’mmerd’! 7 Diceva, scusi?
Io: No, niente, non importa.
…
1. Che sono momentaneamente impegnato nel prestare assistenza a quel passeggero, vede?
2. Gentile utente, in cosa posso esserLe utile?
3. E’ sicuro che la problematica da Lei segnalata sia di mia competenza?
4. Mi dispiace contraddirla, ma prima il bus non si trovava nella prevista area di fermata.
5. La prego di non assumere toni da villano, poichè Le ricordoche non si trova a cospetto della Sua rispettabilissima madre. La invito pertanto cortesemente ad andarsene.
6. Credo che sia in grado di scendere, senza che io debba venire lì ad indicarLe -con cortesia- la strada che potrà ricondurla al suo amato paese natio (nb: cavic’ = calci)
7. Certo, che gente si incontra alle volte...
Lunedì mattina: la FEBBRA
Diario del 19 novembre.
ore 9.30
Qui in ufficio sono tutti mezzi malati. lo vedo dagli occhi. Gli stessi occhi di una triglia pescata da due giorni: lucidi, vitrei, vacui.
Ma nessuno ha avuto il coraggio di rimanere a casa in malattia, dopo lo sciopero di venerdì.
Sono malati, lo vedo. DIo mio, sono davvero io l'unico sano?
ore 11.10
L'ufficio è ormai un lazzaretto. La colonna sonora del mio lavoro è un concerto in La bemolle per tosse e starnuti. Per ora resto immune dal contagio, ma quanto durerà?
ore 12.00
L'ansia mi tormenta. Lo sguardo non si posa che su colleghi infetti, e germi immondi! Virus volteggiano nell'aere, diretti verso le mie mucose... Vade retro!! Lontani!! NOOOOO!!!
ore 12.50
Sto impazzendo. credevo di stare esagerando con le mie paranoie, ma mi sono dovuto ricredere quando mi sono recato al distributore automatico del caffè. La macchina è stata riconvertita, e non eroga più caffè, cappuccino, the, orzo e cioccolata, ma fluimucil, zerinol, bronchenolo, efferalgan, aulin.
Non so cosa prendere: al posto del CAPPCIOCC o del MOCCACCINO ci sono BRONCALGAN e AULOCIL. Non so più che pensare.
ore 13.00
Hanno capito che so. Hanno scoperto le mie paure. Hanno letto il mio diario. E negano, strenuamente. La più convinta nell'affermare la sua perfetta salute è Elena. Proprio lei, la cui scrivania è tra quelle di Fabio, già a casa in malattia, e Thiago, scosso da brividi di febbre... :-/
Resistere, resistere, resistere!
Su qui e qua l'accento non va: appunti per studenti Erasmus (e non solo)
Durante la mia scuola elementare ho avuto la fortuna di avere maestri bravi e competenti, in grado di insegnare, con passione, ad amare e rispettare l'italiano, e ai quali dopo oltre vent'anni tuttora si rivolge il pensiero e con esso tutta la mia gratitudine.
Lingua ostica la nostra, melodiosa ma insidiosa... e se non sono pochi gli italiani che inciampano nella concordanza dei tempi e nelle irregolarità della grammatica, figuriamoci quali e quante possano essere le difficoltà per uno studente straniero giunto da poco nel bel paese là dove 'l sì suona.
Ho rapporti ormai da tempo con giovani studenti erasmus, tutti con una discreta padronanza dei congiuntivi e dei condizionali e in grado di farsi perfettamente comprendere nel discorso orale, ma che nella lingua scritta incespicano su alcuni punti fondamentali dell'ortografia, in primis accenti e apostrofo.
Da qui, e dalle loro domande, nasce l'idea di buttare giù un paio di appunti veloci che possano aiutarli -belgi, polacchi, turchi, spagnoli, portoghesi, ungheresi etc- a destreggiarsi nel campo minato della nostra grammatica. E chissà che anche qualche italiano non trovi utile queso bignamino...
NB: Ora, non sono la persona più competente in questo campo (mi sentirei più a mio agio a parlare di DNA ricombinante...) e quello che mi accingo a scrivere salta fuori direttamente dai meandri della memoria, pertanto chiedo scusa in anticipo ai puristi per eventuali imprecisioni. Iniziamo parlando di accenti.
Gli accenti nelle parole polisillabiche
In italiano la maggior parte delle parole sono piane, ovvero hanno l’accento sulla penultima sillaba (es: italiano, parole, accento) o sdrucciole, ovvero presentano l’accento sulla terzultima (es: sillaba, penultima, sdrucciole). In alcuni più rari casi si hanno parole bisdrucciole o trisdrucciole, in cui l’accento cade rispettivamente sulla quartultima o quintultima sillaba (si tratta perlopiù di termini composti o forme verbali complessate a proposizioni pronominali: studiatelo per bene; se lo vedi indicamelo).
Quindi generalmente l’accento tonico cade all'interno alla parola; nei pochi casi in cui esso cade invece sull’ultima sillaba, le parole si definiscono tronche, e si indica tale condizione con l’accento grafico sulla vocale finale (se la parola termina in consonante, anche se tronca non presenta il segno dell’accento) -> Prendo un caffè, Lui mi parlò, Versami un fernet.
Cosa succede nel caso dei termini monosillabici?
Generalmente non c’è bisogno di porre l’accento grafico sulle particelle monosillabiche, a meno che non ci sia rischio di fraintendimento con un termine omografo (ovvero scritto nella stessa maniera, ma con differente significato); in tal caso si è stabilito che una delle due forme sia accentata per distinguerla dall’altra.
Un po’ di esempi:
E (congiunzione) / E’ (forma verbale del verbo essere) à è la seconda volta che te lo dico e non mi ascolti
Si (particella) / Sì (avverbio di affermazione) à Sì, credo che si possa fare così
La (articolo determinativo) / Là (avverbio di luogo) à La posta si trova là
Li (particella pronominale) / Lì (avverbio di luogo) à Li ho visti prima, erano lì
Ne (complemento di argomento) / Né (congiunzione) à Non ne voglio più sapere di te, né delle tue storie
Di (preposizione semplice) / Dì (sostantivo = giorno) à Ogni dì che passa penso di più a te
Se (congiunzione subordinativa) / sé (pronome) à Se ognuno pensasse meno a sé e più agli altri…
Da (preposizione semplice) / Dà (forma verbale del verbo dare) à Se te lo dà vieni subito da me
Ecco perchè, come ci inseganavano alle elementari, su termini come qui e qua l’accento non va (e nemmeno su va): non ci sono parole omofone od omografe con cui potremmo rischiare di confonderli. Lo stesso discorso vale quindi per no, me, tra, su, ma, ci, vi, fa, mi, re, do (sono infatti esclusi da questa regola le omonimie con le note del pentagramma):
à no, non te lo do: mi dispiace, ma non si fa così
Ps: un caso particolare è quello presentato da o / ho. Secondo il ragionamento descritto prima, l’omofonia avrebbe dovuto portare ad una forma ò, tuttavia le forme omofone del verbo avere (io ho, tu hai, egli ha, essi hanno) sono precedute da una H muta (ovvero, senza nessun suono) in considerazione del fatto che derivano dal verbo latino Habeo. Abbiamo quindi:
Loro hanno fatto lo stesso errore ogni anno.
Hai dato da mangiare ai gatti? Prossima lezione: l’apostrofo :)
Un libro in trenta righe (o poco più)
Fred Uhlman
L'amico ritrovato
Il libro che voglio stavolta presentare è un romanzo breve, ma non ci si lasci fuorviare dall’esiguo numero di pagine: “L’amico ritrovato” è piccolo solo nelle dimensioni, ma appassionante, intenso pur nella semplicità della trama, vibrante nell’intensità del suo finale.
La novella tratta del rapporto di amicizia tra due giovani liceali tedeschi negli anni tra le due guerre: Hans è il figlio di un ufficiale dell’esercito tedesco di origine ebrea, Kostantin è un conte sassone, di stirpe rinomata e antica.
Tramite il diario di Hans (ri)scopriamo la passione e le speranze, la paura e le gelosie, le ansie e la gioia che caratterizzano la nascita di una amicizia tra adolescenti, forte, intensa, assoluta. Sia ben chiaro che è la storia di un rapporto tra due persone, e non un saggio su un conflitto mondiale o sul dramma dell’olocausto, al quale certo il libro implicitamente rimanda senza che però l’autore abbia il bisogno di arrivare a parlarne.
Gli anni sono quelli che precedono lo scoppio della seconda guerra mondiale, ma le vicende politiche sono particolari di contorno nella vita dei ragazzi, e giungono al lettore filtrate dai loro pensieri di adolescenti (circostanza che comunque rimanda ad una incomprensione storica che ha coinvolto l’intera società a loro contemporanea).
E’ la storia di un’amicizia, dicevamo, e ciononostante l’ascesa del nazismo è presenza fondamentale sullo sfondo, poiché la vicenda del singolo è pressochè imprescindibile dalla definizione del tessuto storico e socio-culturale in cui questa articola i suoi passi.
Il rapporto di cui leggiamo ha i connotati sfumati di un amore, di una passione, di una pulsione resi puri e intensi dall’assenza di vincoli di fisicità, e pur tuttavia destinati ad interrompersi tristemente. Sotto l’occhio del lettore, è la vita che scorre nei petti dei due protagonisti nei suoi molteplici aspetti, e con essa gli ideali, gli ardori, l’illusione e la disillusione. Nel rapporto tra i due ragazzi ritroviamo le grandi tematiche della vita: l’arte, l’amore, la conquista di una propria individualità, la definizione della propria personalità e del proprio ruolo nella società.
E’ così che il lettore è posto davanti alla storia universale del ragazzo che diventa uomo, del suo sguardo che si allarga giorno dopo giorno dalla classe del liceo al mondo circostante, fino a posarsi su di una società e una realtà che assumono ai suoi occhi dettagli sempre più definiti.
La prosa è scorrevole ed evocativa di immagini e sensazioni in cui ciascuno sa ritrovarsi. La vicenda si interrompe prima dello scoppio della guerra, salvo poi trovare una fondamentale appendice nel tempo d’oggi. Ma è una ripresa in cui nonostante il salto temporale quasi non si avverte incompletezza od omissione: la vicenda dell’uomo si conclude nell’ultime due righe del libro, ciò che non è stato narrato appartiene invece alla storia e alla coscienza comune.
Glass and concrete and stone...

Oggi ho abbandonato i miei colleghi per pranzo, e mi sono rifugiato nel silenzio dei miei pensieri per un po’. Un panino, una birra, un libro e un’ora da passare al sole, libero di pensare.
Pensare, senza parlare…
Pensare a come parliamo...
E il pensiero spazia sui labirinti della parola, a soffermarsi su ciò che appare scontato, ma scontato non è.
Esistono espressioni abusate che nascondono invece un senso profondo… "ti voglio bene", sembra una cosa egoistica, perchè inizia con quel "ti voglio" che proietta il tutto su chi lo dice, ma poi in realtà è completato da quel “bene” aggiunto in coda che rivaluta l’espressione tutta e ne trasfigura il significato.
Ovvero:
Desidero del bene PER TE, ti auguro del bene, spero che ti succeda qualcosa che sia bene per te.
Se si pensa a tutto questo, è una frase così poco scontata, e per questo non la uso così facilmente
in inglese non esiste, c'è solo "I love you", per "ti voglio bene" e "ti amo". D’accordo, esiste “I care for you”, ma è espressione meno usata, forse meno incisiva, che soccombe davanti all’inflazionata “I Love you”. Ma in questo caso il soggetto di quell'amare è l'IO, non il TU.
Non è cosa da poco, ed è interessante pensarci secondo me…
Bevo la mia birra, ci penso per l'appunto e un groppo in gola mi fa quasi venirte voglia di piangere… I’m about to cry, mi suggerisce la mia anima anglofona…
Ma ancora una volta l’inglese mi sta stretto: “to cry” è piangere, ma anche gridare, ed è un’ambivalenza limitante, che non rende giustizia a quello che può essere un pianto sommesso, silenzioso, lamento di un'anima che non grida, o se lo fa è nel silenzio del cuore, senza che se ne avveda chi è intorno.
E’ bello confrontare la nostra esperienza linguistica e lessicale con le altrui consuetudini; più lo faccio, più del resto metto a nudo tra gli altri i limiti forti dell’italiano, sotto forma di concetti per cui non abbiamo parole, espressi a fatica con lunghe perifrasi, che sono resi con maggiore immediatezza e completezza in altre lingue.
"Casa, dolce casa", mutuiamo dall’inglese "Home sweet home", Laddove però l’inglese differenzia house e home, ovvero casa come edificio, casa come ambiente familiare, mentre l’italiano accomuna queste due esperienze in una parola sola…
Glass and concrete and stone
It is just a house, not a home.
Così recita infatti David Byrne in una sua stupenda canzone. Come dire: non bastano vetro, cemento, pietra a fare di un edificio una casa… manca nel nostro italiano, quell’home…
Un tempo avevamo un’espressione, più lunga e quindi forse meno immediata, ma equivalente: il focolare domestico. Un’espressione che rimandava ad un tempo in cui la famiglia era tale quando si trovava riunita davanti al caminetto, quando il fuoco era il simbolo concreto di un calore che era innanzitutto un intreccio di affetti.
Ora esistono i termosifoni, ed il nuovo “focolare”, sempre acceso, è la televisione.
La tv come caminetto virtuale, momento di (fittizia?) aggregazione, fiamma perennemente accesa senza bisogno di vestali a vegliarla.
Ma questa è un’altra storia.
Too much love will kill you

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Too much love will kill you - Brian May I'm just the pieces of the man I used to be Oh, I feel like no-one Too much love will kill you I'm just the shadow of the man I used to be Too much love will kill you Yeah too much love will kill you
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Troppo amore uccide Sono soltanto i frammenti dell'uomo che ero un tempo Oh, ho la sensazione che nessuno Troppo amore ti ucciderà Sono soltanto l'ombra dell'uomo che ero Troppo amore ti ucciderà Troppo amore ti ucciderà
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Escher e l'Italia

Metamorfosi I

Molti conoscono le opere più famose di Escher, ma ignorano come questi sia stato strettamente legato all'Italia, e come il suo percorso artistico e personale sia stato direttamente influenzato e caratterizzato dalla sua lunga permanenza nel nostro Paese.
Olandese di Leeuwarden, dal 1922 gira l'italia, rimanendo ammaliato in particolar modo dai paesaggi della Toscana e della costiera amalfitana. Proprio in costiera, a Ravello, conosce nel 1924 colei che sarà sua moglie e con essa decide di trasferirsi a vivere a Roma.
Nei 13 anni che i coniugi trascorreranno in Italia, Escher inizia così ad approfondire la tecnica dell'acquerello, del pastello e infine della litografia.
L'Escher paesaggista è sicuramente poco conosciuto, ma è grazie questi primi passi che riuscirà ad acquisire la fermezza di tratto e la nitidezza del dettaglio che caratterizeranno la sua opera più tarda.
La ricerca delle geometrie degli edifici nei paesaggi ritratti ad esempio confluiranno in seguito nelle rappresentazioni astratte e negli studi di riempimento del piano, come risulta chiaro in Metamorfosi I, dove una veduta di Atrani (Amalfi) viene destrutturata in costituenti geometrici fondamentali, per dare origine ad uno dei più classici tassellati escheriani.
Nel 1935 Escher si impone un esilio in Svizzera, per fuggire alla follia del regime fascista.
Dopo anni trascorsi ad ammirare paesaggi luminosi e colorati, densi di vita, vividi e solari, il ritiro tra le grige vette innevate della svizzera deprime Escher, che drammaticamente sente l'impossibilità di trarre per la sua opera ispirazione dal mondo circostante. Si chiude perciò in se stesso, e da allora lascerà fuori dalle sue opere pressochè ogni riferimento a luoghi reali.
Forte degli anni di apprendistato in uno studio di architetto, approfondirà sempre più le tecniche di scomposizione geometrica degli oggetti e di riempimento del piano, e quello che dapprima sembrava un divertissement forse freddo e meccanico darà ad Escher sempre maggiori stimoli e soddisfazioni.
Un successivo trasferimento in Belgio non cambierà lo stato d'animo dell'artista: lasciati ormai definitamente alle spalle i dolci paesaggi del Belpaese, si risolve a inventare dei "non luoghi", astratti e grotteschi, proseguendo nei suoi studi di decorazioni, che sfoceranno nell'affascinante filone delle metamorfosi, dei tassellati, della geometria dell'assurdo e del paradosso.
Un concerto in trenta righe

the POLICE
TORINO - Stadio delle Alpi
2 Ottobre 2007
Il basso è quello di sempre, sverniciato da anni di tour e concerti; ogni graffio, ogni screpolatura, è testimonianza concreta di una storia musicale che supera i 25 anni. Ma non è il concerto di Sting, stavolta sono i Police, dopo oltre 20 anni, ad infiammare i 65.000 del Delle Alpi.
I brani storici ci sono tutti o quasi; l’onore di aprire le danze spetta a Message in a bottle, e da quel momento in poi ad ogni inizio di canzone lo stadio risponde con un boato.
I pezzi sono perlopiù presentati in una veste parzialmente rinnovata, nella struttura e negli arrangiamenti, testimonianza di una rilettura rispetto alle versioni in studio che riesce ad arricchire ogni brano senza snaturarlo.
Inevitabile è una particolare attenzione al rapporto con il pubblico... trovano così spazio lunghi momenti di assoli in cui Sting può dettare con gli spettatori ed incitarli a seguirlo su e giù per le sue scale. Il pubblico è attento, preparato, e risponde ad ogni ritornello con prontezza ed entusiasmo.
In questa ottica alcuni brani sono dilatati ben oltre la loro normale durata e arrivano a comprendere contaminazioni dai generi più disparati: un esempio ne è I can’t stand losing you, rivisitata in chiave decisamente hard rock, potente e coinvolgente.
Summers è volenteroso quanto approssimativo, se lo si apprezza è per l’impegno e per la grinta; indubbiamente risulta impegnativo il ruolo di unico chitarrista, ma se gli si possono perdonare certe sviste in considerazione delle 64 candeline spente di recente, ahimè resta la perplessità per la decisione di ritagliarsi inconsueti spazi di assolo (che mai peraltro aveva avuto negli album in studio), in cui cerca e trova scale spesso improbabili... è solo con una buona dose di mestiere che riesce a mascherare le sue difficoltà: un abbondante delay rende perlopiù infatti i suoi suoni difficili da seguire nei passaggi veloci, coprendo le piccole imprecisioni (ma Every little thing she does is magic resta comunque troppo al di sotto di un livello almeno accettabile).
Se però le parti chitarristiche lasciano spesso perplessi entra in soccorso la buona vena di Sting, che presta forse meno attenzione del solito al suo basso, per dedicarsi però con più slancio ai vocalizzi con cui duetta con il pubblico.
Steward Copeland si dimostra batterista preciso e eclettico, più di quanto non fosse in passato, e spazia dalla batteria ad un set di percussioni assortite con l’allegria e la grinta di un ragazzino.
Nel complesso, il concerto scorre via senza particolari emozioni impreviste, una concessione alla nostalgia, ma di discreto livello, fortunatamente privo degli eccessi di malinconia o retorica che caratterizzano molte altre reunion degli ultimi tempi.





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